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Perchè a 21 anni sono partito per il giro del mondo in moto?
Photo Credit To Walter Sales - I Diari della Motocicletta

Perchè a 21 anni sono partito per il giro del mondo in moto?

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NOTA: questo articolo è stato riesumato da un archivio web nel Luglio 2015 e postato rispettando la data originale in cui è stato scritto la prima volta. Testo trascritto senza alcuna correzione 

Sono su un traghetto che mi porta lontano da casa, per l’ennesima volta. La partenza per un viaggio, di qualunque tipo esso sia, rappresentano per me l’emozione più grande. Tanta é la paura che fallisca ancora prima d’esser iniziato, infinito é l’entusiasmo con cui mi sforzo di immaginare me stesso il giorno in cui farò ritorno a casa. Non sono mai stato in Sardegna. Ci arriverò di Agosto, quando il sole spacca le sedie (partorita da Emanuele), per incontrarmi con Matilde. Il resto mi é ignoto.

In compagnia dei suoi familiari, dividerò la mia compagnia ed il mio stato d’animo, mai stato così drasticamente nero. A Cagliari mi incontro puntuale con parte della famiglia che mi ospiterà. Vinto da una senso di abbandono e di solitudine, mostro un’umiltà ed una mansuetudine che fa subito breccia nella fiducia che le persone nutrono nei miei confronti. Parcheggiamo la macchina dopo un lungo viaggio e mi adopero per aiutare a scaricare i bagagli. Nel portare qualche busta piena di viveri, incontro nella cucina un ragazzo. Ha la mia età, occhi di ghiaccio ed una formale cortesia. Si chiama Ranieri.

Noto subito quell’atteggiamento da fratello maggiore e da uomo di casa che sonda il mio profilo e vaglia le mie parole umide di imbarazzo nel presentarmi, con un fare non troppo confidenziale, non troppo sbrigativo. Tutto inizia in quel momento per me.
O dovrei dire, re-inizia. Mi trovo a centinaia di chilometri da casa con 7 membri di una famiglia che, senza conoscermi ed avermi mai visto, mi accoglie per offrirmi il loro tempo, la loro intimità e quanto di meglio hanno da offrire, ad un ospite forse inaspettato, forse indesiderato, certamente curioso. Sono un ragazzo di 20 anni, con lunghi dreadlox e con una evidente voglia di stare lontano da casa (il mio zaino militare che vomita indumenti e scarpe da ogni tasca ne é la prova). Non mi aspetto niente, non pretendo niente. Desidero solo dimenticare i motivi che mi hanno portato fin dove mi trovo.

Smetto quindi di chiedermelo e di fare in modo che la mia nuova “famiglia” faccia altrettanto. Fortunatamente non capiterà mai. Ci saranno solo magnifici e piacevoli momenti, leggeri come la brezza di mare all’alba e intensi come il tintinnio delle posate che sporzionano cene sempre deliziose, degustate sotto la veranda dietro casa, assistiti dalle stelle e corteggiati dalla fauna notturna che gremisce nella fitta boscaglia che avvolge tutto. Loro non sanno che sono 2 mesi che non mangio più,che ho perso 7 chili, che mi tengo in vita con patetiche dosi di frutta, pane secco e qualche eccessiva dose di alcool il sabato sera, quando i compagni di sbronze puntano tutto su i superalcolici per farti passare quel l’inquietudine che non se ne va. Per farti uccidere quell’amore che non muore.

Loro non sanno che mi sento solo e che mi sento abbandonato dagli unici affetti che per me hanno sempre avuto un valore assoluto, spesso più della mia stessa famiglia. Loro non sanno che la depressione può portare uno spirito selvaggio ed entusiasta della vita come ero, a considerare la morte una soluzione possibile, plausibile, necessaria, indispensabile. Loro tutto questo non lo sanno. Forse lo avvertono e non replicano. Siamo del resto perfetti sconosciuti. Ranieri e io parliamo spesso in tono leggero, concedendoci sciocche battute con cui conquistare l’altrui simpatia ed il reciproco gradimento. Ci tuffiamo dagli scogli più alti, ci immergiamo in cerca di specie animali protette da catturare e cuocere per cena (a mano nude risulta assai impossibile), ci sfidiamo a match di racchette da mare, improvvisiamo qualche scenetta con la sua telecamera, coniamo nuovi modi di dire, imitiamo i personaggi più singolari incontrati a Villa Simius e ci troviamo d’accordo su certe cose che non possiamo tollerare o condividere degli “altri”.

Sono lontano da casa con una famiglia che mi ha accettato e ridato vita. E tuttavia ho terrore di aprirmi del tutto per ringraziarli. Per dire che il loro offrire quello che apparentemente sembra poco o niente, per me é stata ragione di vita e voglia di credere in me e in quello che sono sempre stato. Dopo due settimane sento che l’incoraggiamento a vivere ancora é subordinato all’imbarazzo di fare le vacanze a spese degli altri (almeno un buon segno che il peggio per me era passato). Mi scuso con tutti e annuncio la mia partenza, lucido e dispiaciuto per aver abusato di così tanto amore ed ospitalità. Vengo rimproverato da Costanza che con affascinante schiettezza mi dice che il peggior dispiacere per tutti loro sarebbe quello di lasciarmi andare via a metà vacanza, potendo poi solo immaginare cosa avremmo potuto combinare di ancora più divertente tutti insieme, passando altre due settimane assieme in Sardegna.

Io amo queste persone e loro amano me. Lo sento.

Le successive due settimane sono come le altre due, apparentemente normali. Ed é questo che mi affascina. Pensare che quello che vivo ed a cui assisto a mio beneficio, é qualcosa di vero. Come del resto lo sono queste magnifiche persone di cui non so niente. L’ultima settimana siamo solo in 5. Alcuni sono tornati a casa per i rispettivi impegni. Le opportunità di divertirsi si riducono ma non svaniscono, basta essere affiatati e coinvolti. A me e Ranieri basta passeggiare per Villa Simius e capitare in ogni sorta di nuova situazione. Spettacolini teatrali dove mi propongo volontario per improvvisare una scenetta, lunghe chiacchierate con la cameriera in cui siamo soliti ordinare una coppa gelato delle dimensioni di un vitello ecc. Una delle ultime sere ci decidiamo a pagare pochi euro per una cinema all’aperto. Fra le possibilità Ranieri sceglie “I diari della moticiclietta”.

Come scrivo nella mia biografia:

“…Avendo sempre rifiutato di appartenere ad uno schieramento politico a causa della nauseante necessità di schierarmi con e contro i rispettivi cantoni della mia famiglia lungo tutti gli anni della mia infanzia, ritenevo un film come questo quasi sicuramente a solo sfondo politico, dove il celeberrimo Che Guevara raccontava episodi gloriosi che purtroppo non avrei saputo apprezzare. Invece non era un film che parlava principalmente di politica, bensì di un viaggio. Un viaggio che sentivo di aver spesso sognato di realizzare anche io in sella alla moto che avevo comprato nel Marzo del 2004. Rimasi inchiodato alla sedia che mi disponeva davanti al maxi schermo assieme a tante altre persone e sognavo. Sognavo di poter continuare a viaggiare come non facevo da ormai quasi due anni. Desideravo poter estendere le mie esperienze passate a terre, popoli e strade ancor più lontane, ancora più belle e ancor più vere…”

Trafelato, Basito, Alienato, Inchiodato alla sedia di plastica bianca non sapevo che pensare o da che prospettiva guardare lo stato d’animo che derivava da una visione così entusiasmante. Mentre altri avrebbero detto “Cazzo che bello, se solo potessi partirei anche io….”, dentro di me suonavano parole diverse.

“Che cazzo sto aspettando?”

Come un colpo di fulmine o come un colpo di follia, non leggevo niente di impossibile fra le righe di questa storia cinematografica narrata alla perfezione. Vedevo solo cose che a me non mancavano e trascuravo cose che a me non sarebbero servite.

  • Ho la moto?
  • Si
  • Ho la voglia?
  • Si
  • Ho i soldi?
  • No
  • Sono importanti?
  • Si
  • Sono indispensabili?
  • No
  • Posso viaggiare comunque?
  • Si
  • Posso partire quando voglio?
  • Si
  • Riuscirò ad aspettare ancora per molto?
  • No

E così, dietro una trafila infinita e perpetua di domande e risposte, piano piano mi saliva dentro un’energia devastante che non mi lasciava dormire. Immaginavo posti, paesi, profili di golfi che al calar del sole andavano pian piano delineandosi, mentre il tepore del corpo tenuto fresco dal vento d’estate, mitiga i sensi e appesantisce gli occhi di quella velata stanchezza chiamata, serenità.

Nei giorni seguenti abbiamo una partenza per Firenze e Prato da organizzare. Ci sono valige da preparare, frigoriferi da svuotare, stanze da pulire, macchine da caricare, cani da tenere a digiuno (mitico Massimo). Io e Ranieri ce ne andiamo con la sua Fiesta fiammante a fare un’ultima abbondante pulizia sedili e controllo livelli liquidi tergi lunotto e tergi parabrezza.
Discorriamo.

Mi lascio scappare l’idea. Lui adora le moto e so che capirà l’entusiasmo con cui adesso gli sto mitragliando le orecchie di dettagli e desideri e impressioni e convinzioni e certezze e perplessità. Nel descrivergli l’idea del progetto faccio fede sul mio tour italiano in bici e a quello in autostop per aggiudicare il fattore economico fra le cose da considerare meno importanti di altre.

“Perché non farti sponsorizzare dalla Sector o da altre aziende simili?”

La sua domanda mi incuriosisce. Poche settimane dopo, malato di meningite e ricoverato d’urgenza all’ospedale di Prato, isolato in una camera tutta per me, butto giù qualche idea, qualche lettera per ottenere dai giornali un articolo con cui contattare in seguito eventuali aziende.

Queste mi chiedono subito dettagli, un appuntamento e come scoprirò anche dei riferimenti on line che non ho. Ho un blog con una lista di poesie erotiche (se con una donna hai condiviso la miglior sessualità della tua vita, risulta ancora più difficile disinnamorarsene) e pensieri depressi che mal si concilierebbero con l’aspetto promozionale del viaggio. Avrei bisogno di una sito ma non so usare html, ftp e non so da che parte rifarmi.

Comincio ad istruirmi. Imparo piano piano a fare le pagine html aiutato da Marco, un ragazzo che in chat mi passa materiale per aiutarmi a capire. Dopo due mesi, il mio sito é on line su un dominio nazionale e prende il nome di Partireper.it

Il resto lo sapete già…..

Ma quel che non sapete é che da Campi Bisenzio, sono partito con solo 2200 Euro e che dopo 9 mesi di viaggio lungo Italia, Slovenia, Croazia, Montenegro, Serbia, Kosovo, Macedonia, Grecia, Turchia, Georgia, Russia, Giappone, Corea del sud, ne ho più di 3200.
Grazie Giappone.

Sono su un traghetto che mi porta lontano da casa, per l’ennesima volta.
La partenza per un viaggio, di qualunque tipo esso sia, rappresentano per me l’emozione più grande.
Tanta é la paura che fallisca ancora prima d’esser iniziato, infinito é l’entusiasmo con cui mi sforzo di immaginare me stesso il giorno in cui farò ritorno a casa.
Non sono mai stato in Cina.
Ci arriverò di Febbraio, quando il freddo si mitiga sempre più in fretta, per incontrarmi con la parte di me che non conoscerò mai se non entrando in questo paese antico e sporco.
Il resto mi é ignoto.

Desidero dedicare la mia felicità ed il mio entusiasmo a Ranieri, alle cure materne di sua madre che mi ha nutrito, ascoltato, assecondato quando ero divertente. A suo padre che ha accolto la mia mascolinità nonostante questa potesse essere di troppo in una famiglia quasi tutta al femminile, dove Serena, Matilde, Costanza e Rita erano sempre nei dintorni. A sua sorella Costanza e Simone. Per il modo in cui hanno guardato oltre me, ai miei capelli irrazionali e apparentemente zozzi e mi hanno voluto bene come un grande amico, facendomi partecipe di momenti sempre intelligenti e ironici. Ad Alessandro ed Elena e alla complicità e la grande forza di volontà che mi hanno trasmesso. A Rita, per la determinatezza e per la passione equina che mi ha ricordato mio padre e gli anni in cui ci insegnava a cavalcare al maneggio di Travalle. A Matilde, per avermi salvato la vita, per avermi insegnato ad osare e, come spesso appare giusto e sbagliato, a strafregarmene di chiunque non fosse me, nel fare quello che mi proponevo di fare e vivere a mie personali spese.

A Ranieri, nuovamente. Per essermi stato grande amico, grande complice di cazzate, di parole, di progetti, di follie, di tenerezze (quando lo coprivo con la coperta di plaid se si addormentava sulla sedia a sdraio di notte). Al modo in cui non si é mai smentito. Nemmeno una volta. E per ogni volta in cui mi ha confermato che ognuno di noi soffre, spesso perché vittima di percorsi emozionali e sentimentali impegnativi e sfortunati.

Ti voglio bene fratello mio.

Ci sentiamo presto ice_man

p.s. “che tu creda di farcela o di non farcela, hai ragione”

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