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Guai Inprevisti

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cambogia447

In molti mi hanno chiesto:

ma il momento in cui ti sei spaventato di più? Imprevisti?

La risposta é la seguente:

Ce n’é più di uno, fortunatamente…

 

Un giro del mondo in moto prevede che il viaggiatore, di tanto in tanto, se la veda con la briganteria e la fauna locale. Non ci sono consigli su come evitare o vedersela in situazioni di questo genere. Gli imprevisti ed i guai accadono tanto di frequente in viaggio quando nella propria città natale.

Per cui badate e dove mettere “le ruote”.

 

IL SEGUENTE POST E’ PUBBLICATO PER DOVERI DI CRONACA E PER DOCUMENTARE FATTI REALMENTE ACCADUTI. NON E’ INTENZIONE DI QUESTO POST INCORAGGIARE I VIAGGIATORI ALL’ESTERO AL DISRISPETTO DELLE REGOLE CIVICHE O ETICHE.


 

 

anno: Giugno 2005

paese: Grecia

zona: Lycovittos

ora: notte

note: Accamparsi nella macchia e scoprire che non sei solo

Scovo nella notte un varco fra i cespugli e mi addentro con la torcia. Non so come finisco in un posto vicino alla strada ma particolarmente ampio e silenzioso. Spegno la luce e taccio. Sento il mio respiro precedere la percezione che ho di esso. Lo trattengo e mi stupisco nel notare che questo respiro continua. Illumino per scovare l’origine del suono e
intravedo su una panchina un paio di scarpe.

Scappo…..

Sembra una scena di una paura mortale. Un uomo che dorme su una panchina in un bosco e chissà chi potrebbe essere, oh mio dio no, non voglio saperlo oddio no. Poi mi fermo e penso.
Potrei essere io quell’uomo. Del resto dormo per strada da un
mese. Chissà quanti hanno desistito dall’avvicinarmisi e si sono ingegnati a cambiare strada per la mera paura che dentro al mio sacco a pelo si trovasse un mostro.
E quante volte invece avrei voluto diluuire la mia solitudine con
la preenza di un estraneo che con una serie di domande trovasse in me una persona buona. E magari puoi instaurare un’amicizia o una conversazioone saggia.
Mi volto verso il sentiero che stavo percorrendo di fretta e ritorno sui miei passi.
Arrivo fin quasi alla testa di quest’uomo che dorme profondamente e che adesso russa.
Inquietante essere così vicini ad un estraneo nel buio della
macchia e sapere che potrei essere io al suo posto e che potrebbe succedermi di tutto se non fossi io a illuminargli la faccia ma un criminale.

Terrorizzante.

L’aria frizza di tensione. La mia. Finita l’emozione spengo la
torcia e ritorno alla moto al buio. Accertandomi di non fare troppo rumore e sperando di reincontrare questo uomo di nuovo, magari di giorno.
Per farlo, salgo in sella durante un pomeriggio più noiso degli
altri e mi addentro nella macchina che addobba questo colle. Spoglio sulla vetta infatti, gremisce di pinete e di sentieri fantasticamente resi “nature” da geniali architetti.
Fra i sentieri di questa macchia ci trovi di tutto. Uomini in
bermuda e canottiera bianca che con sigaretta sempre accessa portano il cane a “pascolare”. O bambini che gridano attorno ad un tavolino, con le madri impegnate in chissà quale cospirazione ai danni di false amiche che non hanno invitato su quelle stesse panchine dove siedono già da ore.
Visto tutto questo, trovo per miracolo e con gioia, l’angolo più
tetro ed isolato della macchina che, magicamente, presenta un chiosco di legno, un tavolo bruciato a metà da vecchi vandali e delle panchine avvolte dalle erbacce.
Su una di queste panchine siede un uomo sulla 50ina, con una barba sfatta, un volto corrugato dalla solitudine e con in bocca una sigaretta a cui la cenere rimane attaccata per magia.

In viaggi come il mio la troppa solitudine logora.
Risulta costruttiva quando uno se la concede. Ma altrimenti diventa scomodo, avvilente e alimenta tutte quelle insicurezze che generano
ancor più schiacciante e deprimente solitudine.
Come quando dicono che astenersi dal sesso generi in realtà un desiderio sessuale sempre più sottile.
E mentre sorrido pensando che non voglio fare sesso con quest’uomo ma solo astenermi dalla solitudine (bene mettere i punti sulle i), mi avvicino a piedi con la moto spenta che scricchiola per il caldo alle mie spalle.
Riconosco il posto. E la panchina dove dormiva. Non riconosco le sue scarpe, ma mi siedo senza esitare. Prendo fornello ed ingredienti e preparo una buona pasta al pomodoro. Abbondo con le dosi e gliene offro un pò. Lui timidamente rifiuta, e continua nella sua scrittura.

Lo scruto attento, oltre quel suo occhio strizzato per il fumo
della sua stessa sigarezza e quella penna che scrive cose che non posso decifrare perché in greco. Sembra un barbone che scrive a se stesso i momenti belli della vita, prima che questa lo riducesse alla persona sola che sembra apparire.
Non parla inglese, ma con il suo greco si complimenta per il mio piatto così abbondante e rosso di pomodoro. Approfitto per offrirgli ancora della pasta che é avanzata ma é restio.
Non parliamo.

Ci ho provato.

Impacchetto la mia roba e me ne vado.
Ho ancora un notte da passare qui. Almeno adesso sa chi sono. Se mi rivede mi saluta e chissà, magari fra una sigarette e l’altra, mi dice anche qualcosa.
A notte fonda ho già scritto più lettere e desiderato più donne  (abbracciate a uomoni sempre osceni e apparentemente insipidi), di quanto non mi sia capitato negli altri giorni. Schiacciato dal vano tentativo che un mio tentativo di instaurare una discussione con un gruppo di ragazzi, mi arrendo e inforco la moto verso il mio giaciglio.

Stasera cambio posto. Almeno la notte la passo in compagnia.
A fari abbaglianti e prima marcia, calpesto lo sterrato del sentiero per mantenermi in equilibrio e raggiungo grazie alla memorie il luogo dove ho mangiato davanti al barbone e dove la sera prima l’ho scovato a dormire sulla panchina.
Svoltando nello spiazzo con inerzia, intravedo nell’attimo prima
di spegnere il motore per non fare rumore, i suoi piedi che di nuovo spuntano dalla panchina.
Senza presentarmi, prendo stuoia e sacco a pelo e disinvolto vado a mettermi su un tavolino non molto lontano da lui. Distendo il telo, srotolo il sacco, mi levo le scarpe e mi infilo sotto.

A pancia in su, sotto le stelle… respiro e aspetto in silenzio.
La moto lo ha svegliato. Si gira nel suo giaccone bisunto. Rovescia quella che sembra una spranga di ferro su quelle che sembra delle lattine vuote di birra. Si colpisce con il palmo della mano su un braccio per le zanzare con una violenza incredibile e sussurra a dentri stretti…

“….mother fucker….”

Eh però, i convenievoli in inglese li conosce. E anche con un buon accento…
Sorrido di rimando sperando di sollecitare in lui un senso di leggerezza e simpatia e aspetto.
“Ok so, i came here after a 10 hours long day working, ì m so
freaking tired, so… i don’t know what do you wanna from me guys, i don’t fucking care… so, please let me sleep and be quiete ok, shit… fucking mosquitos… damn… shit…. mother fucker….” spiazzato dalla violenza di certe parole afferro con terrore il fatto che mi trovo avviluppato nel mio sacco a pelo su un tavolo di legno e al buio più totale con la mia moto e le mie borse aperte, accanto ad uno sconosciuto ubriaco inglese che oltre tutto mi odia perché l’ho svegliato durante il pisolino…..
Paralizzato assottiglio l’udito talmente tanto che mi sembra di
essere diventato sordo. Il silenzio é così totale che mi sembra di non sentirci bene ed ho come l’impressione di sentirlo avvicinarci con quella sua sbarra di ferro e fracassarmela sulla faccia.

Rispondo con un tono inverosimilmente sereno e pacifico…
“Oh sorry, i didn’t know you were sleeping over there… ìm just
trying to sleep as well… ìm here with my sleepingbag couse ìm a traveller and i usually sleep outdoor as you do man, but if you mind, i can also move some other place, no problem….really…”
Dopo un sospiro che sembra espiremere l’enorme sforzo con cui si limita a rispondermi a voce anziché con le mani, dice…
“ok, so…. ìm so freaking tired and i don’t wanna have trouble ok, i don’t give a fuck about who you fucking are and what you are fucking doing… please be quiet i need to sleep, ok…?
“…oh sorry, ok….”

Silenzio…

Potrei alzarmi e lentamente ma risolutivamente andarmene e so che anche lui lo preferirebbe. Un po di rumore in più ma almeno non risentirebbe del fastidio di avermi fra i coglioni.
Invece mi punisco e mi sforzo di dare un senso alla mia scelta e rimango dove sono.
Avviluppato al mio sacco a pelo, spero che il mio russare non lo svegli e che al mio risveglio, tutte le mie cose sistemate nelle borse aperte, rimangano dove sono.
Non me la sento di fare casino solo per chiudere a chiave due
borse, quindi mi forzo a dormire e dopo qualche quarto d’ora apprensivo mi affievolisco e mi spengo avvolto dalla notte, dalla paura e dalle stelle che se la ridono.
Al mio risveglio non ci sono arcangeli che mi conducono alle porte del paradiso, ma solo la mia moto integra e intoccata che domina lo spiazzo illluminato dal sole caldo e violento dell 11:30 del mattino.
Quello che non ci si aspetta é la curiosa quantità di personaggi di cui si può fare l’incontro nei posti giusti al momento giusto o, come nel mio caso, nel posto sbagliato nel momento sbagliato.

grecia215


 

 

anno: Luglio 2005

paese: Turchia

zona: Fenerbace

ora: notte

note: Farsi derubare da 3 curdi mentre sei nudo sugli scogli

Sono a poche decine di chilometri da Fenerbace e decido di pernottare vicino al mare, dove fra gli scogli e un prato enorme e gremito di gente, villeggiano e passeggiano grandi quantità di turchi.

Il parco é immenso.

Monto la tenda dientro ad un cespuglio che mi nasconde dal traffico di strada e che mi mantiene all’ombra e distante dal mare e dalle persone che vi passeggiano accanto. Mai essere troppo spudorato.
Il giardino é enorme ed é separato dal mare da un stretta passeggiata di pietra liscia, da un piccolo muretto su cui le coppiette siedono ed, oltre esso, una massa informe di scogli piatti e giganti, dove arrivo e mi siedo per arrivare a bagnarmi le mani.
Mentre dietro di me le persone camminano ignare della mia figura nascosta nell’ombra notturna, io vedo ogni faccia illuminata dai lampioni e divertito mi faccio una toilettatura completa, senza vergognarmi della mia totale nudità.
Silenzioso fra gli svogli appare alle mie spalle un ragazzo che mi parla in un turco che non afferro.

Ho una saponetta bagnata in mano, un culo insaponato, e le miei gioie che penzolano e mi accorgo voltandomi con calma che oltre il tipo ci sono altre due scure e mute figure dietro di lui.

Il tipo si avvicina alla mia faccia e non nota la mia nudità.
Nota l’asciugamano che su un altro scoglio ho appoggiato assieme alla borsetta con i saponi e altre cose per il bagno.
Silenzioso fa cenno agli scagnozzi che mi parano la via verso i
miei effetti, e felino arriva alla mia borsette, mette in tasca e se ne va.

“Sabon sabon… “

  • scandisco in tono ironico.
    Lui si arresta, si volta e con una lentezza strana, posa il mio
    borsello porta sapone ai suoi piedi e accosciandosi come per defecare, lo apre e lo svuota davanti agli occhi miei e degli altri due.
  • Sono tre ragazzi. Sulla 20ina. Magliette nere. Pantaloni neri. Facce sporche e dentature trascurate.
    Umiliato dal magro bottino mi mostra oggetto per oggetto le mie cose chiedendomi l’utilzzo.

    Crema per i piedi
    Spray per il raffreddore
    Sapone
    Spazzolino
    Dentifricio
    Anti dolorifco per il mal di testa
    Deodorante.

    Lamette da barba.
    Ce ne sono 6, tutte usa e getta. Usate e riusate fino alla fine. Ma una é nuova. Ha ancora il cappuccio.
    Mi chiede se posso regalargliela (uno degli altri due aveva voluto in regalo la mia crema per i piedi, ma ero riuscito a tenerla per me).
    Dico di si. Adesso ha un arma in mano, meglio non contraddirlo.

  • Non puo’ uccidermi, ma comunque ferirmi.
    La mia lametta gli gira fra le mani. Lui la porta alla bocca e
    rompe a piccoli morsi l’anima in plastica della lametta. Prende la parte in ferro che ne rimane esi tira su la maglietta.
    Mi arriva all’orecchio un “Maniac…” e relative risate dell’amico che ha fatto tale commento.
    La mia lametta ora riflette la luce dei lampioni e si agita in alto
    e in basso davanti al petto gia’ segnato da altre cicatrici che questo Curdo ha su tutto il corpo.
    Ma lui non vuole spaventarmi, solo farmi partecipe di un gesto che per loro é segno di grande coraggio e forza.
    Non mi lasciano andare e mi chiedono a gesti di dove sono e cosa faccio. Faccio vedere loro il sapone nella mia mano e spero che la mia nudità non li offenda.
    Puntando il mio pene con gli occhi li invito a capire perché mi trovo li.
  • Divertiti balzano all’indietro disgustati da tale disinvoltura nel
    mostrare il magnifico lavoretto di mia mamma (quando si dice la simmetria) e con una risata mi invitano a bere una birra con loro.
    Dico che non ho soldi e mentre mi rivesto svuoto le tasche per dimostrarglielo.
    Allora tirano fuori decine di monetine e di Lire Turche e si offrono di invitarmi a bere birra con loro.
    Il peggio non é ancora passato.
    Poi penso di fare l’eroe, di spingerli contro gli scogli o in acqua
    e fuggire, ma l’idea sarebbe utile se loro morissero, solo così potrei scappare indisturbato. E io non voglio uccidere nessuno.
    E se morissero dovrei scappare dall’arresto per sempre.
    No, troppo cinematografico. In realtà ho paura per la moto e per le cose che contiene.
  • Mi congedo senza mostrare loro la via verso la mia moto. Mi
    assicuro che non mi seguano o che non guardino dove vado, poi raggiungo la TA che ancora scricchiolante per il motore caldo, sbuca da dietro il cespuglio Tenda e scartoffie sono legate sulla moto in un secondo.
    Sono salvo.


 

 

anno: Agosto 2005

paese: Russia

zona: Novosibirsk

ora: giorno

note: Rischiare di morire per colpa di un lunotto posteriore auto

Viaggio sotto la pioggia, i lampi, la nebbia, il fredd siberiano che la notte mi tiene sveglio dalle 2 alle 5, quando la temperatura del  mio naso e dei miei piedi eì troppo bassa per permettermi di dormire.
Viaggio sotto il sole, sotto le infinite nuvole e fra queste praterie
infinite.
Rischio quasi di morire.
E’ giorno, e quido a 120 km orari su una tratta piacevole.
Una berlina sportiva mi sfreccia accanto a 150 all’ora. E’ color
turchese. La guardo per il seplice piacere di focalizzarmi su un
colore piuttosto insolito.
Poi vedo che qualcosa di stacca. Ma non riesco a definire subito di cosa si tratti.
Quando mi accorgo che fra me e la berlina sta volteggiando in aria un lunotto posteriore che peseraì 40′ eì troppo trardi per frenare.
Riesco a distinguerne il perimetro rettangolare solo grazie alla
guarnizione che avrebbe dovuto fissare il vetro alla macchina.
L’effetto auerodinamico da al lunotto una rotazione impressionante e imprevedibile.
Punta dritto sul mio casco.
Mi fiondo sull’altra corsia e vedo a 30 cm del mio piede destro il
vetro che si disintegra sull’asfalto.
I tipi della berlina che mi fissano dall’abitacolo pietrificati.
Supero e accellero. Meglio lascaire che se la vedono loro con il
vetro.

russia030


 

 

anno: Novembre 2005

paese: Giappone

zona: Osaka

ora: giorno

note: Entrare in Giappone due volte consecutive senza il biglietto di uscita

Dopo 3 mesi, il mio permesso turistico scade e decido assieme al mio datore di lavoro alla scuola di inglese, ti tentare un’uscita via aereo dal paese per la Corea del sud per poi rivolare in Osaka il giorno dopo e riottenere così altri 90 giorni di permesso per turismo in Giappone.
E’ ormai ben noto come tutti i viaggiatori che facciano ritorno in
un paese il giorno dopo che é scaduto il permesso di turismo, sperando in un permesso rinnovato, vengano invece spediti direttamente nel loro paese di origine con un biglietto aereo che sarann costritti a pagare costi quel che costi.
Se invece hai un volo di igresso per il Giappone ed uno di uscita a breve per un altro paese, allora ti considerano di passaggio e ti fanno entrare.
Quando esco dal Giappone in volo, vedono al check in che il mio volo di rientro é già prenotato e mi chiedono se assieme a quello di ritorno per il Giappone io abbia anche quello per un altro paese, per dimostrare che non mi tratterrò per più di qualche giorno.
Dico che non ce l’ho, che voglio stare in Giappone e viaggiare nella parte del nord.
Mi fanno un po’ storie. Mi dicono che non posso salire sull’aereo nemmeno per uscire e che devo firmare una carta dove mi prendo la responsabilità di quello che l’ufficio immigrazioni deciderà domani al mio rientro, visto che non sono munito di un biglietto di uscita dal Giappone.
Non firmo e dico loro che non ho letto da nessuna parte di quella regola. Oltretutto il volo sta per partire e così me ne vado.
Al mio ritorno il giorno dopo il tipo all’ufficio immigrazioni mi
squadra, guarda la mia cartella e nota che sono rientrato oggi dopo essermene andato ieri. Mi chiede perché sono rientrato il giorno dopo se non ho un altor biglietto per uscire immediatamente dal Giappone.
Dico che sono in viaggio ma non capisce. Quando la situazione comincia a diventare ingestibile sfodero questo:

Vede la mia foto in prima pagina su un giornale, vede che sto per esibire altri articoli e si scusa e mi lascia entrare.


 

 

anno: Gennaio 2006

paese: Corea del Sud 

zona: Seoul

ora: giorno

note: Dimenticare la mia carta di credito per 9 ore in un convenience store

Vado all’ambasciata cinese in Seoul per fare il visto cinese.
Prelevo dei contati da ATM con la mia poste pay per pagare allo sportello.
Pago e torno a casa da John che mi ospita per qualche giorno.
Organizzo la serata con una ragazza che ho conosciuto in una famacia al mio arrivo nella capitale.
Saluto John tutto infiocchettato per la serata e me ne vado.
Sulla metropolitana realizzo che ho lasciato la mia poste pay allo sportello.
Era la poste pay con la quantità più alta di soldi. Circa 2000 euri.
Sono passate 7 ore e lo sportello é dentro ad un convenience store aperto 24 su 24 in cui entrano forse 15 persone al minuto.
Torno al negozio e per miracolo ritrovo la mia carta di credito intoccata.


 

 

anno: Maggio 2006

paese: Cina

zona: Pechino

ora: giorno

note: Accessissima lite e conflitto con il meccanico cinese

Il motorino, dopo il quarto giorno non é ancora pronto. Il preventivo prevede un cambio gomme, cambio olio, cambio cavi freni e acceleratore, cambio lamapedine, pulizia carburatore e controllo carburazione, cambio candela, cambio batteria più la fornitura di qualche ricambio come due
candele, due litri di olio motore e kit riparazione camera d’aria.
Io e Pietro torniamo dunque dopo altri 4 giorni. Il tipo vuole
farmi credere di aver eseguito i lavori ed intascarsi così 630 yuan dandomi in dietro uno scooter che vanta solo una modesta lucidatura delle plastiche.

Mi incazzo.

Mi metto a lavorare di persona e pretendo uno sconto sul prezzo di 200 yuan.” “Non sono pronto a discutere perché portato all’estremo.
Sgancio 400 yuan e monto sullo scooter avviandomi. Ne nasce una colluttazione con il tipo che urlando a squarcia gola mi spinge con lo scotter a terra ed estrae la chiave a forza. La spezza in due e mentre io scalcio contro il secchio dell’acqua contro cui mi ha spinto, lui afferra una sbarra di ferro e minaccia di colpirmi.
Ma non é come accadde in Turchia con i curdi o in Russia con i 4 ubriachi.
Questa volta non ho paura. Incorocio le braccia ad un palmo di naso dal ferraccio che mi punta in faccia e lo guardo negli occhi.”

“Arrivano presto gli amici a fermarlo, i presenti a circondarci e la polizia a risolvere la questione. Lui si agita per 1 ora urlando
qualcosa sul mio conto che dovrebbe convincere gli agenti della mia colpa. Io faccio la faccia da pesce e con qualche trucchetto mi conquisto i sorrisi dei presenti che insistono affinchè la cosa venga dimenticata e risolta.
Quando la polizia decide di portarci entrambi alla centrale mi
preoccupo. Non ho patente cinese, documenti e nemmeno il passaporto che é all’ambasciata vietnamita per il rilascio del visto.

Ma prima che l’agente mi inviti per la seconda volta a seguirlo in centrale, il “meccanico” esasperato mi fa cenno di andarmene con lo scooter senza dargli altri soldi. Ho vinto.” “Quel che desideravo era dare dei soldi ad una persona sperando che facesse con piacere il lavoro che ogni meccanico farebbe, se veramente é un meccanico.
Il dispiacere nasce dal dovermi rendere una persona esigente ed arrogante solo per dimostrare agli altri che non amo farmi prendere in giro o farmi trattare da ingenuo. Per 630 yuan lui avrebbe avuto di che gioire ed io di che congratularmi per il buon lavoro ed invece, per sottili motivi che non capisco, lui ha avuto solo di che lamentarsi ed io solo che di sentirmi  derubato del mio tempo e di tutto il resto. E mi dispiace.

cina686

cina689


 

 

anno: Giugno 2006

paese: Vietnam

zona: Natrang

ora: notte

note: Campeggiare davanti al niente e ritrovarsi poco dopo senza passaporto.

Ceno, prendo la pasticca per la malaria e cerco un posto per dormire.
Accanto alla locanda, riparata dagli alberi, una piazzola sulla rossa terra battua e aghi di pino.
Sta per piovere esono felice. La pioggia stasera mi proteggera’ dal silenzio che porta alla mente i frame dell’incidente.
A raggiungermi mentre monto di fretta l’igloo, qualche vietnamita munito di torcia che dall’abitato di fronte, viene a vedere cosa faccio.
Mi propongono di accamparmi da loro, come in Georgia, quando i poliziotti sono venut a farmi smontare la tenda nel mezzo di una bufera d’acqua all’unico scopo di farmela montare dove fosse visibile a tutti che un ricco straniero campeggiava davanti alla stazione di polizia.

Fottetevi!

Sono un po’ brusco in questi giorni e dico no dando le spalle ai
vietnamiti che insistono ancora un po’ finche’ non mi vedono sparire dentro la tenda e abbassare seccamente la lampo.
Se ne vanno.

Dopo il temporale che dura due ore e che mette a dura prova la tenda, mi sveglio di soprassalto.
Ci sono 9 vietnamiti dell’abitato di fronte che scuotono la tenda
per farmi uscire. Insistono affinche’ io muova la tenda da loro.
In Italiano, molto seccamente rispondo “Col cazzo che smonto tutto ora. Domani mi sveglio e tanti saluti eh!. Notte..!” e faccio per richiedermi dentro.
Vogliono vedere il passaporto.
Uno di loro sfoglia le pagine e legge il visto come fosse un autentico falso.

Poi prende il passaporto con se e sparisce.
Mi richiudo dentro e sento che gli 8 che si allontanano.
Staranno scrivendo i miei dati.
Quando mi risveglio sono passati 45 minuti.
Mi alzo, mi metto i pantaloni, felpa, esco in ciabatte e noto nel lontano abitato i 9 coglioni che fanno conversazione.
Sono talmente infastidito dal modo in cui le persone amano creare problemi e anche irritato dal sonno piu’ volte interrotto che sfoggio un eccesso mai manifestato di intolleranza e con voce da conerto, nel mezzo della pineta di notte, urlo.
“DAMMI IL PASSAPORTO PORCA PUTTANA!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!”
Fingono di non capire. Non mi guardano nemmeno.
Li seguo negli uffici dove a testa bassa si spostano per non rispondermi.

Frugo fra le carte, tocco le loro tasche. In una trovo una pistola.
Lui crede di spaventarmi, ma io butto giu’ su un foglio una vignetta del mio passaporto.
Le loro spiegazioni sono che me lo danno solo se muovo la tenda nel loro cortile.

1. Prendo il telefono e faccio finta di parlare con qualcuno in
italiano per 10 minti, lontano, dove sembri piu’ formale il tono della telefonata. Ma non li smuovo.

2. Tiro suori gli articoli di giornale e mimo sarcasticamente le
loro facce o le loro risate, prendendoli in giro. UN tipo mi fa cenno di calmarmi e di sederti.
“Ma vai a fare in culo te e la panca!”

3. Riprendo il cellualre e fingo di dettare tutti i nomi che vedo,
che leggo sulle scrivanie, sulle porte degli altri uffici. Lo faccio
letamente, cercando di attenermi a quella che sembra la pronuncia vietnamita. Leggo perfino il motto di Ho Chi Minh. Quando poi capito davanti all’insegna con i dati dell’abitato, con fax e numero di telefono, non faccio in tempo a pronunciare le prime sigle che il tipo seduto che mi invitava a sedermi mi interrompe e mi allunga il passaporto.

Lo guardo malissimo. Prendo il passaporto e fingo di annullare
l’operazione di bombardamento precedentemente pianificata via telefono con il mio inesistente interlocutore.
Mi sono sentito furbo a quel punto e loro, ero certo, non avrebbero disturbato piu’ il mio sonno.


 

 

anno: Settembre 2006

paese: Cambogia

zona: Kratche

ora: giorno

note: Il fiume Mekong é straripato e io ci passo in moto.

C’é una coda impossibile. Aspettiamo per ore ma si fa buoio e così lascio la moto parcheggiata, ceno in una locanda e vado ad accamparmi per la notte.
Il giorno dopo la corrente é scesa di poco, ma la lunga attesa
incoraggia chi aspetta da quasi 24 ore a guadare il fiume con auto o furgoni.
Smonto le borse e la moto adesso é alleggerita e più agile.
Parto per il mio guado passando nel punto in cui ho notato l’acqua e la corrente sono ridotte.
Ma il guado é lungo 30 metri, l’acqua arriva alla sella e la corrente é impressionante.
Quando sono nel mezzo la moto slitta sulla ruota posteriore e io scivolo cadendo in acqua con la moto che sprofonda di fianco.
Vengo aiutato da 4 persone a raddrizzare la moto, riaccenderla e guidare oltre il tratto difficile e quando arrivo sull’altra sponda
grido di gioia, specialmente perché ho filmato tutto con la
videocamera, ma poi mi parte una bestemmia perché la batteria é morta prima ancora che mi apprestassi ad iniziare il guado.

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anno: Settembre 2006

paese: Laos

zona: Dogana

ora: notte

note: Farsi annullare il visto costato 50 dollari per una mancia di 1 dollaro non data

Ho pagato il visto del Laos 50 dollari. Un monte di soldi.
Arrivo alla dogana che é una baracca nella foresta.
Ci sono un uomo in divisa e un traduttore.
Dopo le pratiche il traduttore mi chiede 1 dollaro extra e non mi dice per cosa.
Glielo chiedo e mi dice che dopo le 16:30 l’ufficio chiude e quindi devo pagare per il disturbo del ritardo.

Ma se sono le 16: 12!!!!????

Allora mi dice che li devo pagare per il timbro di ingresso che mi ha appena messo sul passaporto.
Gli chiedo di farmi leggere dove sta scritto e lui finge di non capire.
Mi vede aspettare e mi dice che se non lo pago mi annulla il visto.

“!”£$%???”

Mi incazzo e mi trasformo in bambino dell’asilo.
“Cancellalo!”
Siede davanti a lui e lo ignoro, giocando con le chiavi della moto e fischiando come fossi un poppante.
Lui si arma di timbro, mi annulla il visto e mi rende il passaporto.

Io lo prendo, monto in sella e schizzo dentro al Laos prima che chiudano la sbarra.
Due chilometri più avanti il poliziotto del secondo controllo mi ferma, controlla il visto e mi lascia passare.

Ma dopo 10 giorni, quando esco, i doganieri notano il timbro e non trovano il cartellino di ingresso che avevo compilato.
Dovrò spiegare loro l’intera faccenda e aspettare 2 ore per uscire dal Laos!!!!

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