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Corea del Sud: Pusan…

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NOTA: questo articolo è stato riesumato da un archivio web nel Luglio 2015 e postato rispettando la data originale in cui è stato scritto la prima volta. Testo trascritto senza alcuna correzione

In un rapporto formale ed in-umano leggereste questo…

Data: 7/1/2006

Ore: 12:43

Clima: sereno, freddo secco, 5 gradi centigradi

Moto: condizini ottimali, qualche emissione di troppo e inquinamento acustico dovuti ai fori del finale rottosi in Russia

Km percorsi: 700 da Fusjiki a Shimonoseki, altrettanti in nave, traghettandomi fino a Pusan

e tutto sembrerebbe ok…

Invece ci sono miriadi di sentimenti che vivono dentro di me e che, soggettivamente, si prestano a dare a me e a voi tutti una
tridimensionalita’ a questo viaggio, che altrimenti, non avrebbe.

A volte non scrivo per il timore di non essere ispirato e quindi posticipo a un eventuale dopo, l’ispirazione che poi scopro essere
ormai svanita in quel durante.

A volte non scrivo perche’ lontano da uno schermo e sembra che la carta e la penna rendano meno e che la rapidita’ della battitura a computer mi sia ideale per riportare in velocita’ i miei pensieri cosi’ rapidi e difficli da carpire perfino dalla mente che li partorisce.

Oggi potrei sentirmi arrivato.

Lontano da quel Giappone che mi ha ha fatto da casa e da madre e da tutto quello che anche voi avrete potuto immaginare sfogliando i rapporti 16, 17 e 19…

Finalmente in Korea dovrei dire.

I piu’ attenti si chiederebbero perche’ parlo di me al singolare.

Se questa Mailing list parlo solo di me e tiengo Vania in serbo per le foto migliori, come fosse un ruolo che le e’stato dato mesi fa,
mettendoci d’accordo fra le stanze di una casa in cui questo progetto prendeva forma.

Niente di tutto cio’.

Semplicemente qui oggi parlo delle sole mie emozioni, che prescindono dalla moto, da viaggio, dal progetto, dai chilometri,
dal risparmio, dalla neve e da tutto il resto. Oggi la storia fra me e Vania finisce.

Non e’ piu’ una pausa dopo la quale reincontrarci nel prossimo paese.

Non ci siamo detti ciao o addio.

Non ci siamo detti niente.

Lo scrivo qui perche’ ognuno sapeva e aveva letto con quanta energia mi fossi sforzato di dare un senso a questo viaggiare assieme.

Quindi mettervi al corrente di questo evento mi sembra importante.

Trascurando e certamente illudendomi che, presi dall’ebbrezza del viaggiare, i classici problemi di una coppia e le situazioni che li
aggravano, si sarebbero risolti o magicamente dossilti chilometro dopo chilometro.

Vorrei parlare di sentimenti. Di aspettative. Di illusione. Di tutto cio’ che ci rende fragili, romantici, umani, sbagliati.

Di tutto cio’ che prende il nome di un rimorso e di tutto quello che, negli anni consapevoli che arrivano sempre troppo tardi,
diventa assurdamente tutto quello che avremmo rimpianto se non lo avessimo vissuto.

Ho amato questa donna, a modo mio.

Ho creduto in questa donna, a modo mio.

Ho spronato questa donna, a modo mio.

Spesso meravigliandomi del cambiamento che in me si era manifestato in paragone alle altre storie e quelle ancora prima.

Non volevo che un sentimento fosse un premio, una ricompensa all’impegno dato o allo sforzo fatto.

Non volevo credere a nient’altro che alla spontaneita’ di quelle cose a cui vorrei dare un valore assoluto, anche se poi non ce
l’hanno.

Parlo di stima

di rispetto

di serenita’

di gioia

di fiducia

di fedelta’

di complicita’

di comunicabilita’.

Le parole che non anno preceduto il nostro ADDIO MUTO, non sono mai uscite e forse non usciranno mai.

Non devono uscire nemmeno qui.

Sembrerebbero una giustificazione verso chi in realta’ non sa niente e porterebbero agli occhi degli estranei dettagli capaci di
tracciare un profilo di Vania che desidero rimanga personale.

Scrivo questo per parlare di sentimenti.

Dei miei.

Del fatto che anche se a modo mio, anche se con l’illusione d’essere permeabile ai dispiaceri ed alla fine delle cose, dentro ho un
vuoto che non mi lascia dormire e che desidero comprendere per farlo mio e crescere per avere nuove risposte e nuove domande.

Si litigava spesso sul margine di dubbio con cui mi dicharavo innamorato o non.

Non so cosa sia l’amore. Sprigiona un senso talmente assoluto dentro di me “l’amore” che ho timore di espormi a definizioni che mi inglobino al suo interno.

A 15 anni la miglior stronzata letta in uno dei libri di Buscaglia era

“l’amore non puoi definirlo a parole, equivarrebbe a limitarlo”a 22 anni la miglior stronzata in cui credo e’ che l’amore sia un
dogma.

un’etichetta dietro alla quali gli innamorati convinti ed inconsapevoli si celano per non doversi chiedere cosa realmente motiva il loro interesse verso un’altra persona.

E’ tutto un gioco di interessi. I neo sposi non me ne vogliano. Lo dico da persona che ci e’ passata, non parlo di politica o di questioni economiche opinabili.

Mi guardo dentro e vedo con un altro filtro la sequela di motivazioni, tutte egoistiche e di interesse personale, per le quali le persone si amano e non mi piace.

Non mi piace soprattutto perche’ non ne sono escluso. Ma sono il peggiore di questi.

E se ho trovato persone consapevoli e veramente motivate, queste non mettevano in luce il loro amore come fine, ma come movente del rapporto di coppia.

Ci si apre ad una persona estranea perche’ la si ama o si ama una persona estranea al fine di non sentirsi soli?

Quale delle due e’ la risposta vera?

Quale delle due e’ la risposta pura?

Ho avuto aspettative che non si sono verificate. Ed e’ stato un bene.

Sarei stato lusingato del contrario, ma accanto avrei avuto una persona repressa, infelice, vittima delle mie aspettative.

Vania ha avuto le sue aspettative che non si sono avverate. Ed e’ stato un bene.

Sarei stato docile compagno, ma accanto a lei mi sarei sentito sotto pressione, sporco, inconcreto, un discepolo.

Ho amato compiacere questa donna fin dove il mio compiacerla gratificasse me. E questo e’ egoismo, narcisismo.

Ho amato sciorinare le mie verita’ che in una coppia non si condividono convinto che il tentativo avrebbe dato in premio un rapporto aperto e inattaccabile. Ma lo stavo minando e attaccando io stesso.

Preso dalle passioni come sono e dalla verita’ delle cose che stanno alla base, non potevo tacere quello che ha pian piano degradato un rapporto.

E mentre l’affiatamento sfaniva chilometro dopo chilometro, mese dopo mese, pausa dopo pausa, crescevano i sensi di colpa reciproci e quell’amore di cui non so niente per certo, ci teneva legati e ci riportava sulla stessa strada.

Mi capita spesso. Anche con quelli che ho descritto a mio padre come i miei migliori amici…

Averli idealizzati porta sempre e spesso a delle enormi grandi tremende frustrazioni e delusioni.

E io ho idealizzato NOI (me e Vania) e avuto fin troppe aspettative.

Come se la magia del momento e di ogni momento nuovo non mi bastasse mai.

Amare a modo mio.

Che cosa vuol dire.

Compiacere una donna?

Saperla ascoltare?

Saperla interetare e precedere con un sorriso?

Farle regali?

Soddisfarla?

Perche’ mi sembra tutto una lita di requisiti???

Perche’ non mi sembra niente di spontaneo.

Quello che di spntaneo ho dato e’ stato tutto cio’ per cui la storia non poteva continuare e non dava mai esiti di miglioramento o svolte positive.

Poi dopo tanto scritto, mi chiedo se sia poi giusto scrivere quello che ho scrito fin qui. Se non sia anche questa l’ennesima strumentalizzazione in cui mi cimento e che mi aliena, alla quale non vorrei appartenere.

O che vorrei non mi appartesse.

Non mi sento sbagliato. Ma soffro perche’ il cuore fa le sue ragioni.

Il cuore vorrebbe qui una donna che non era presente nemmeno quando era in compagnia della Vania che dice di amare.

Queste sono le idealizzazioni.

Quelle che qui mi lacerano appannando la mia mente di pensieri pesanti.

E quella che a Osaka, nella nostra casa, mi spiazzava, perche’ l’evidenza mostrava che ero innamorato si una persona immaginaria. E che quella che avevo accanto era come me in cerca di qualcuno che sembrava essere in quella stanza ma che in realta’ era solo dentro alle nostre rispettive teste.

Non so come si sfugge da tutto questo. Non so nemmeno se lo ho mai affrontato.

Ma approcciare con una donna e stendere con sharme una lista delle cose che mi appresto a non fare piu’ per imparare dagli sbagli fatti nella precedente storia, questo si, questo sarebbe una cosa in umana e non spontanea.

E la spontaneita’ era tuto cio’ che volevo.

A mia sorella che a 3 anni mi chiedeva di farle un regalo dicevo i regali non si chiedono, si ricevono….

Nel lento e ruvido “conoscersi” giace una spontaneita’ assoluta, al di sopra di ogni altra premeditazione. E la fine di quel conoscersi non c’e’. C’e’ solo il senso che si concretizza o che pian piano si perde, sgretolandosi.

Potei convincermi di non aver conosciuto affatto questa donna, ma solo perche’ non sono stato comlementare al profilo che le sue
idealizazioni avevano tracciato.

Potrei pensare di averla conosciuta come non mai, dimenticandomi troppo spesso di dedicarmi a quello che motivava il nostro rapporto e quali aspettative e idealizzazioni coltivavo.

Oggi sto male. Soffro perche’ sento di non aver detto abbastanza.

A lei. E lo dico consapevole dei vari tentativi che ci siamo concessi e che puntualmente hanno generato scontri di tale violenza da farmi credere fosse tutto inutile.

Vogliate scusarmi.

Volevo essere risoluto e chiaro con questo sfogo pubblico.

Ci ho provato. E temo che a mente lucida, chissa’ quando, mi accorgero’ di aver commesso un altro sbaglio.

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